Cantine e vino

Il fenomeno vin de garage.

Vin de garage è un termine (e la relativa immagine evocativa) riservati a vini considerati d’elité, provenienti da piccolissimi territori e prodotti in quantità così limitate da poter essere vinificati in spazi veramente ristretti, che il concetto di garage appunto richiama: sono stati anche definiti vin de boutique, o vini da salotto. Nel Bordolese si preferì una definizione più nobile, vin de jardin, dando un carattere sperimentale alla costante ricerca della qualità, che ne rappresentò un formidabile stimolo.

Il termine fu coniato agli inizi degli anni ’90 da uno dei massimi esperti di vino francese, Michel Bettane, redattore della Revue du Vin de France, e rappresentò un forte sentimento di reazione contro lo stile tradizionale dei vini rossi di Bordeaux solidamente robusti e tannici e soprattutto con un lunga permanenza in bottiglia per diventare bevibili: i garagisti svilupparono uno stile personale più sensibile al gusto internazionale verso vini rossi più corposi, più audaci, spesso più alcolici, mentre nelle vinificazioni dei vini bianchi si ricercarono note legnose e zuccheri residui.

I puristi insorsero con argomentazioni legate alla scarsa attitudine di questi vini verso l’invecchiamento oppure alla mancanza di rappresentazione del terroir di origine e della varietà di provenienza, tanto da definirli prodotti unicamente dal gusto dell’enologo, anche perché spesso frutto di cantine sconosciute e senza precedenti riconoscimenti.

Questi vini provenienti quasi sempre da vendemmie a maturità assoluta (estrema), elaborati secondo protocolli enologici e di elaborazione “haute couture”, sono diventati in poco tempo un fenomeno commerciale, tanto da trasformarsi in un oggetto prezioso per collezionisti snob di tutto il mondo, scatenando folli aste per accaparrarsi le poche bottiglie tanto che per alcuni di loro si raggiunsero quotazioni di qualche migliaia di euro (del tempo) a bottiglia, cifre che neanche i famosi premier cru bordolesi avevano (e avrebbero) mai raggiunto. In questa pazzia collettiva fu sicuramente determinante il ruolo di Robert Parker, inventore fra l’altro del neologismo garage wine, che con la politica del rating sulla sua guida consacrò di fatto questi vini tra i più cari al mondo, decretandone il successo commerciale, e contemporaneamente la crisi del Bordeaux.

Queste mini o micro produzioni, vinificate da parcelle di vigneto separate, sono piuttosto numerose nella regione di Bordeaux e incarnano un fenomeno di moda che non lascia certamente indifferenti gli altri produttori. Ma dobbiamo chiederci se il successo di questi vini design possono in qualche modo modificare i gusti dell’appassionato, sia pure snob. Queste super-selezioni derivano dall’applicazione di un livello tecnologico estremo e hanno tutte in comune sentori di frutta matura, estrazioni importanti, volume e corpo robusto, note legnose, prezzi smisurati per vini buoni e rari.

Elaborare una micro-produzione implica una ricerca continua della perfezione, che si estrinseca dapprima con la stretta relazione con un terroir riconosciuto per la sua unicità (e qualità) e poi con l’applicazione delle migliori tecniche agronomiche, tra le quali la potatura, la sfogliatura, la vendemmia verde (con l’esasperata ricerca di non più di 2/3 grappoli per pianta), ecc.

Il pioniere di questo fenomeno è stato Jean-Luc Thunevin con il suo Chateau de Valandraud, gran cru classe (introvabile oggi in Francia): un micro-vigneto di 0,6 ettari piuttosto anonimo, appena fuori i giardini comunali della cittadina, al quale va, senza ombra di dubbio, il merito di aver incrinato l’equilibrio che la Saint-Emilion vinicola aveva raggiunto nel corso della sua storia.

Sarebbe lungo proporre la lista di questi micro-crus che deborda largamente dai confini del bordolese, ma tuttavia vale la pena elencarne i casi più famosi:

Château Gracia di Michel Gracia a Saint-Emilion;

La Mondotte del conte Stephan von Neipperg, propriétario del cru classé Canon-La-Gaffelière. Il suo micro-cru, attualmente non classificato, è molto più caro di Canon-La-Gaffelière ;

Château Magrez-Fombrauge di Bernard Magrez;

Château Le pin (JacquesThienpont) a Pomerol;

Château Péby-Faugère, Château Rol-Valentin, Château Clos-Saint-Martin a Saint-Emilion, ecc.

Non solo in Francia ma anche per esempio in California, sempre grazie alla critica americana, le cose andarono in maniera analoga. Ad esempio, in Napa Valley l’azienda Screaming Eagle dell’enologa Heidi Barret produce ancora oggi un Cabernet sauvignon in purezza acquistabile solo attraverso una mail list: nel 1982 ottenne un’attenzione mediatica incredibile e le allora quasi 800 bottiglie sparirono immediatamente dal mercato.

Anche in Italia il fenomeno non passò inosservato. Al nord mi piace citare l’esempio di Enzo Pontoni, vero e proprio “garagista” a Buttrio in Friuli, del quale ho un ricordo personale e nostalgico (e ancora ammirato per la sua sapiente e cocciuta ostinazione) degli inizi e dei ragionamenti fatti assieme, mentre in Piemonte non si possono dimenticare le poco più di 1000 bottiglie di Barolo dei millesimi ‘85 e ’88 di Josetta Soffrio; anche in Toscana sono stati prodotti diversi vini considerati “garagisti”, tra i quali possiamo annoverare le prime annate del Masseto, il fantastico cru di Bolgheri, vero e proprio cult.

Al sud agli inizi degli anni Novanta nasce in pochissimi esemplari il Terre di Lavoro (90% Aglianico e 10% Piedirosso) di Galardi e poco più tardi il Bue Apis della Cantina del Taburno, del quale serbo ancora un ricordo struggente per la sua straordinaria austerità ed eleganza, esaltata dalla infinita cremosità e lunghezza in bocca: sicuramente una delle migliori e riuscite dichiarazioni d’amore per un vitigno unico quale l’Aglianico ed il suo territorio!

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