Cantine e vino

Prati, boschi e vigneti, coesistenza ecosostenibile.

Gli ecosistemi collinari dove è localizzata una porzione importante della nostra viticoltura sono in generale caratterizzati da diverso grado di praticabilità degli insediamenti e proprio per queste ragioni pongono all’attenzione degli operatori tutta una serie di problematiche tecniche, logistiche ed economiche: in questi terroir così fragili (ma unici) occorre proporre e applicare soluzioni ecocompatibili e praticabili, pena lo sconvolgimento dell’equilibrio pedologico e il progressivo depauperamento di tanta parte della nostra viticoltura (e delle società rurali coinvolte).

Nella prospettiva di un’agricoltura sostenibile, in cui situazioni di semi-naturalità (siepi, striscie di prato di varia natura, sponde naturaliformi di fossi e canali, piccole zone umide, aree boschive ristrette, ecc.) vengono recuperate a costituire, negli ambiti coltivati, un diffuso reticolo di ambienti ad elevato livello di complessità, anche i vigneti collinari, oppure in aree residuali, possono rappresentare un elemento importante per il mantenimento della biodiversità agro-ecosistemica ed il miglioramento complessivo del territorio nel suo insieme.

Sappiamo ad esempio dall’ecologia che il bosco rappresenta una comunità matura, caratterizzata da una elevata variabilità di specie dove il bilancio tra produzione di materia ed il suo consumo appare sostanzialmente in equilibrio (Gily et al.). Questa condizione rende il bosco capace di interagire con l’ambiente fisico quale vero e proprio sistema tampone in modo molto più efficiente rispetto ad una singola coltura agraria come il vigneto, una comunità biologica giovane e produttiva ma anche ecologicamente più semplice. Esso può essere inteso come una vera e propria barriera di isolamento nei confronti di fonti di inquinamento esogene sospinte dalle masse d’aria, aspetto non certamente trascurabile nelle situazioni nelle quali sia necessario separare fisicamente i vigneti condotti secondo il metodo biologico da quelli convenzionali, oppure più in generale separarli dalle cosiddette zone sensibili, come descritto dal piano agricolo nazionale.

Inoltre le aree boscate hanno la massima capacità di regimare nel modo migliore le acque di origine meteorica, immagazzinandole nel suolo, e nel contempo di rallentarne la velocità, contribuendo in modo sostanziale il fenomeno erosivo, vera e propria patologia ambientale di questi territori (Lisa et al.). Per queste ragioni, al posto di disboscare indiscriminatamente le superfici soggette a nuovi insediamenti viticoli, sarebbe opportuno lasciare alcune fascie soprattutto sui crinali, generalmente caratterizzate da suoli più sottili che si approfondiscono man mano che si scende verso valle: le diverse situazioni pedologiche e vegetazionali possono venir razionalmente utilizzate per colture vitate a diversa destinazione amministrativa, come dimostrano alcuni ottimi esempi d’Oltralpe.

Questi crinali e queste superfici a profilo diversificato sono in genere aree scarsamente o per nulla coltivate, troppo spesso abbandonate, per motivi logistici oppure economici, ma che possono diventare da un lato elemento importante di diversificazione biologica ed ambientale e dall’altro di protezione dell’ecosistema suolo. Escluse dalla coltura principale, queste aree, al contrario, trovano in una copertura a prato-pascolo naturale oppure a bosco regimentato un mezzo che può coniugare nel migliore dei modi protezione del suolo, livello accettabile di biodiversità (con conservazione di specie vegetali ed animali tipiche delle cenosi erbacee), miglioramento delle caratteristiche chimiche e microbiologiche del suolo, miglioramento della qualità ambientale del territorio e costi di gestione contenuti determinati dal basso livello di manutenzione richiesto.

 

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