Cantine e vino

Tante viticulture a confronto, coesistenza o antagonismo?

Nella precedente nota abbiamo ricordato come, a partire dagli anni Settanta, accanto ad una viticoltura convenzionale, che massimizza il rendimento dei fattori produttivi impiegati, si sia sviluppata, quasi in contrapposizione, la viticoltura biologica, che rifiuta l’impiego dei prodotti di sintesi e si affida soprattutto al mantenimento della fertilità fisico-chimica dei suoli per garantire la sopravvivenza della coltura della vite nel tempo.

La vera novità tecnica, ma soprattutto culturale, è stata però introdotta da quella che Scienza (2013) definisce viticoltura durevole che si basa sul rispetto dei limiti ecologici ed ambientali di ogni territorio e sulle sue potenzialità economiche e sociali: l’obiettivo di questo modello viticolo risiede nel tentativo di ridurre gli input esterni e contemporaneamente di valorizzare quelli interni all’ecosistema naturale, andando verso un modello naturale più complesso e resiliente alle modificazioni esterne.

Scienza, a questo proposito, osserva che “i tratti significativi che distinguono la viticoltura cosiddetta moderna industrializzata e connessa ai mercati mondiali delle commodity, che impiega molti capitali e poca manodopera e che rappresenta il modello produttivo delle multinazionali delle bevande che operano soprattutto nel Nuovo Mondo, da quello della viticoltura famigliare delle piccole aziende, gravata da arcaismi, con gravi difficoltà ad accedere ai mercati e poco competitiva in termini economici, sono ormai rappresentati solo dai differenti processi di intensificazione produttiva, che le rende soprattutto biodiverse.” Quindi la biodiversità condiziona la capacità di un modello agricolo (ecosistema agricolo) di resistere ai cambiamenti rapidi che avvengono nelle diverse condizioni ambientali e, nel contempo, sviluppa la possibilità di raggiungere lo stato di equilibrio, alla base del concetto di resilienza: essa è il risultato di alcune condizioni quali la complessità dell’organizzazione funzionale che garantisce la solidità del sistema, la diversità dei partecipanti, gli stock nutrizionali e le risorse sistemiche.

Peraltro bisogna ricordare che già nel 1928 Rabh, agricoltore e filosofo, preconizzò una forma di agricoltura fondata sulla semplicità e salubrità dei comportamenti ed un impiego delle risorse nel rispetto della natura (agricoltura ecologicamente intensiva) e soprattutto sullo sviluppo delle conoscenze derivanti dall’applicazione delle scoperte dell’agronomia, dell’ingegneria e della tecnologia.

In altri termini, la definizione di viticoltura ecologicamente intensiva potrebbe avere nei prossimi anni lo stesso impatto nell’opinione pubblica che ebbe negli anni Sessanta la rivoluzione verde, che ha permesso soprattutto nel settore cerealicolo di ottenere rese produttive spettacolari attraverso i progressi della genetica e dell’impiego di concimi, irrigazione e prodotti fitosanitari: prende lo spunto da quella che negli anni Novanta Griffon definì la rivoluzione doppiamente verde o evergreen, la quale aveva come caratteristica principale quella di inserirsi in un ecosistema di produzione complesso dove le attività produttive fanno sistema come, ad esempio, l’articolazione tra viticoltura ed allevamento del bestiame, la riduzione dei residui della produzione, il riciclo degli stessi per migliorare la fertilità dei suoli attraverso la produzione di compost.

Lo strumento più efficace per ottenere questi risultati è la presenza nel vigneto di una comunità di piante erbacee e di animali, resa possibile da una copertura vegetale del suolo del vigneto ad elevato grado di biodiversità sito-specifica. Per queste ragioni, le modalità di gestione del suolo hanno una significativa influenza sui risultati vegeto-produttivi ed economici del vigneto in quanto influenzano le disponibilità idriche per la pianta, la nutrizione minerale, le strategie della lotta antiparassitaria ed in generale il livello di biodiversità, aspetto questo troppo spesso sottostimato fino ad un recente passato.

 

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