Cantine e vino Curiosità VOCE ALL'ESPERTO

Autoctoni o alloctoni? Al consumatore l’ardua sentenza

Autarchia o globalizzazione? E’ meglio usare vitigni autoctoni o internazionali?

              Da molti anni si dibatte su questo spinoso argomento che divide il mondo vitivinicolo nazionale tra chi sostiene a spada tratta la necessità di far uso di varietà straniere, per migliorare qualitativamente la produzione dei nostri vini, e chi al contrario si batte per la difesa delle grandi varietà native regionali (tra i quali, per inciso, noi, che ne abbiamo fatto uno scopo professionale).

              Il fenomeno dell’incremento ampelografico internazionale in Italia si è sviluppato in modo deciso dopo lo scandalo del metanolo del 1986 innescando un fenomeno che continua ancora ai giorni nostri. Paradossalmente però l’Italia è il Paese al mondo che possiede più vitigni autoctoni e quindi teoricamente non avrebbe alcun bisogno di fare ricorso a varietà straniere; a pensarci bene, dovremmo dire di provenienza francese, a parte piccole quantità di vitigni tedeschi nella viticoltura altoatesina, come il Riesling, il Sylvaner, il Gewurztraminer o il Muller Thurgau, che comunque insistono sul territorio da molto tempo, anche per affinità culturale.

              Ed insistendo nel paradosso, dobbiamo precisare che proprio la Francia è la nazione che possiede meno vitigni autoctoni, ma al contempo li utilizza talmente bene sul suo territorio, valorizzando al massimo quelle determinate aree di produzione dei vini locali dalla spiccata tipicità, riconosciuta internazionalmente.

              In genere il termine autoctono (o tradizionale) viene utilizzato in contrapposizione ad alloctono (o internazionale). Nell’accezione comune, autoctoni sono considerati quei vitigni che da secoli sono allevati in un determinato territorio contribuendo a farne la storia e pertanto hanno un legame “storico” con quel territorio, nel quale raggiungono la migliore espressione. Si tratta di vitigni giunti in epoca remota, che si sono progressivamente acclimatati sviluppando caratteristiche varietali uniche, irripetibili e soprattutto riconoscibili. Pensando a vitigni quali Falanghina, Coda di Volpe oppure Aglianico, tanto per fare qualche esempio, balza evidente il Sannio, perché di questo territorio costituiscono segni distintivi sotto il profilo vinicolo, ma anche tradizionale e culturale, tanto da definirli nativi.

              Alloctoni sono invece quei vitigni che hanno una grande diffusione in aree geografiche ampie e a diverse latitudini. La loro espressione, sia pure con una lieve differenziazione legata alla zona di produzione, è tarata sull’omogeneità delle caratteristiche organolettiche dei prodotti. Quindi, la scelta di coltivare vitigni internazionali, se effettuata unicamente per ragioni di mercato, non va nella direzione della valorizzazione del territorio nella sua tipicità vinicola, ma al contrario “tradisce” la tutela e la salvaguardia della propria identità territoriale.

              La globalizzazione, ormai invasiva e pervasiva della quotidianità esistenziale, da un lato tende a strutturare un mercato sempre più competitivo sul piano della qualità (bassa) e del profitto (alto), dall’altro attiva una condotta produttiva che appiattisce e omologa il gusto del vino in un processo inevitabile verso la banalizzazione.

              Secondo molti (e noi tra questi), un effetto collaterale potrebbe essere una considerevole riduzione della gamma delle sensazioni organolettiche disponibili e un evidente pericolo per la biodiversità viticola: la strategia per vincere la sfida della globalizzazione è senz’altro l’affermazione, senza se e senza ma, della “tipicità” come idea fondante di un territorio che vuole rimanere unico nella sua originalità.

              Si tratta di un obiettivo prestigioso e di un percorso sicuramente non facile e lungo, che passa attraverso la riscoperta dei vitigni tradizionali e nativi, che hanno fatto la storia del territorio, e conduce alla valorizzazione dell’originalità come complesso di elementi caratteristici riscontrabili nei prodotti appartenenti alla stessa denominazione di origine.

              L’unicità, prima di ogni altra considerazione, è fatta di esperienza, di tradizione e di tecnica di uomini consolidata nel tempo in un determinato territorio, che è diventata tradizione.

              Cortesemente, non lo dimentichiamo.

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